Quando ero piccolo, i miei compagni di classe sognavano di fare gli astronauti, io sognavo di fare lo scrittore. In adolescenza mi sono reso conto però, quanto difficile sarebbe stato diventarlo e quanto oramai fosse tardi per imbarcarmi su un qualche Apollo. Abbandonai pertanto l’idea di esprimermi con la penna e cominciai a farlo con la macchina fotografica. Ora, dire oggi di usare la fotografia come mezzo di comunicazione può sembrare una banalità (forse perché lo è), ciò che non è una banalità è leggerla. Se si vuole arrivare a comunicare con il resto del mondo, abbiamo bisogno di un minimo comune denominatore, per questo impariamo a leggere, scrivere e parlare. Chi lo ha detto quindi che non si debba imparare anche a leggere la fotografia, dedicandoci tempo e volontà? Quello di cui sto parlando non è la comunicazione visiva, dove l’immagine si presta a diventare messaggio immediato, ma l’esatto opposto; l’immagine si impregna di significato e ha bisogno di sedimentarsi negli occhi di chi la guarda per essere compresa, letta. Quello che la mia fotografia vuole fare, è essere tramite dei pensieri che costellano la mia mente ed esserne veicolo. Chi la vede, ha il dovere di dedicarci del tempo per cercare di comprenderla.

Christian Parolari